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Mostra il tuo peggio

In partnership con The Owl Post

 
 

Una delle cose più importanti in assoluto sulla natura del mio sport, l’ho imparata proprio nel momento di massima difficoltà. Perché tra gli alti e i bassi del beach volley, spesso sono i secondi a tirar fuori le reazioni più sincere. Quelle che ti permettono di capire qualcosa di vero su te stessa.

Nella nostra disciplina non puoi mai uscire dal campo.

Non importa quanto male tu stia giocando.

Non importa quanto tu abbia voglia di lasciar andare la partita.

Di darla per persa, come un pugile che va a terra e non si rialza più.

Il dolce ko, per poi correre sotto la doccia.

È un gioco mentale, in cui gli equilibri di squadra si intersecano con quelli dell’individuo, che sono altrettanto sensibili e complessi. Conoscere i propri limiti è una necessità reale, perché non esiste la rete di sicurezza garantita da un team numeroso.

Non ti possono mettere in panchina a schiarirti le idee.

Così, a volte, conta di più cercare di non fare completamente schifo nelle giornate no, piuttosto che giocare divinamente nelle giornate sì.

Si impara ad accettare se stessi, con i propri limiti e ad intercettare i trigger point di ognuno. I trigger point sono quei piccoli segnali di disagio crescente, che emergono nel nostro comportamento prima di raggiungere un punto di rottura.

Tutti ne abbiamo, non soltanto nello sport.

Spesso sono solo insignificanti reazioni involontarie a qualcosa che non va come vorremmo, che si accumulano una sopra l’altra fino al momento in cui tutto esplode, apparentemente senza ragioni.

Nel beach volley non puoi mai raggiungere quel livello perché altrimenti il tuo torneo, e quello della tua compagna, finisce lì.

Le vittorie arrivano non tanto perché hai giocato bene, ma perché sei riuscita a contenere i bassi senza mai passare quel confine invisibile oltre il quale non c’è più modo di risalire.

 

Il salto di qualità nel rapporto con Bara l’ho fatto proprio nel momento in cui ho capito che lei si sarebbe presa cura dei miei momenti no, esattamente come io avrei fatto con i suoi.

Ammettere gli errori, la controprestazione, le difficoltà.

Riconoscere di aver perso il proprio ritmo è un gesto potentissimo, perché prende i rimasugli del tuo orgoglio e li butta via, permettendoti di mostrare la tua vulnerabilità agli altri. È liberatorio.

Ricordo quando, durante il timeout di una partita in cui stavo giocando male, dissi a Bara:

      “Today I Suck”.

E dietro quella frase, così semplice e diretta, c’era un enorme filo di pensieri. Una grande costruzione mentale, riempita di forza, di resilienza e di durezza, che è parte integrante dell’essere un’atleta di alto livello: il vincente non si lamenta.

Il vincente non molla.

Questo vuole la narrazione.

Ed invece è stata proprio quella disperazione, quella voglia di mollare, a permettermi di dire alla mia compagna che non sono invincibile.

Che ero in difficoltà.

Che avevo bisogno di lei.

 

Per questo siamo una grande squadra.

Non perché siamo entrambe capaci di tirar fuori il meglio una dall’altra, ma perché tutte e due ci prendiamo sempre e comunque cura delle difficoltà della compagna.

Senza orgoglio e quindi anche senza paura.

 

Imparare ad abbassare la guardia, per permettere a chi condivide gioie e dolori con te di entrare, è solo una delle tante lezioni che bisogna apprendere per puntare a grandi risultati.

Il periodo che stiamo vivendo, per esempio, accelera alcune riflessioni, mettendo in evidenza la fortuna che abbiamo noi beacher a fare quello che facciamo.

Quando il lockdown è iniziato mi sono trovata incastrata a Santa Barbara, Los Angeles, perché stavamo preparando un torneo in Messico.

Era un periodo particolare per me, nel quale mi sentivo profondamente stanca della nostra routine.

L’agenda dello sportivo è ripetitiva per definizione.

Ogni stagione segue la precedente ricalcandone lo schema, al netto di qualche piccola variazione sul tema. I viaggi, i tornei, le qualifiche, i dolori fisici, tutto entra in un calderone che non smette mai di venir mescolato e dal quale diventa sempre più difficile uscire.

 

All’inizio è puro divertimento.

Misto al desiderio di emergere.

Quando sono passata definitivamente dal volley al beach gli scettici erano molti.

In pochi pensavano che avrei potuto vivere solo di quello, nel mio Paese.

Non abbiamo neppure le spiagge.

Il quinto posto di Londra 2012 ha cambiato la percezione del nostro sport nell’opinione pubblica. Eravamo brave anche prima, ma è stata quella vetrina ad innescare una reazione a catena che ha investito la Repubblica Ceca.

Hanno iniziato a fermarci per strada.

Le bambine dicevano che da grandi volevano diventare come Maki.

Oggi, solo a Praga, ci sono 80 campi per giocare e il beach è diventato il mio lavoro per 365 giorni all’anno.

 

Lo sport, però, chiede tanto.

Vuole la tua fatica, il tuo tempo, le tue ambizioni.

Durante gli anni di carriera ai massimi livelli puoi trovare il tempo per studiare, ma non puoi diventare un medico.

Puoi imparare un’altra lingua ma non andare in vacanza quando vuoi.

Puoi incontrare una persona speciale ma non puoi diventare mamma senza mettere a rischio il tuo lavoro. Che tu lo voglia oppure no, che tu lo capisca oppure no, solo con la dedizione totale puoi eccellere davvero in qualcosa.

E questo chiude gli orizzonti.

 

Io ne ero un po’ stanca e avevo messo sull’Olimpiade di Tokyo un grosso cerchio rosso. Dopo di quella mi sarei presa una pausa, per dedicare il mio tempo a creare una famiglia, a curarmi la spalla malandata, a fare tutto quello che ho lasciato sparso qua e là nello scorrere delle stagioni.

Poi, all’improvviso, l’essermi ritrovata chiusa in casa e lontana dalla sabbia, ha cambiato tutto.

La competizione ha iniziato subito a mancarmi.

L’adrenalina del campo, l’emozione della sfida, persino i viaggi.

Dando nuovamente la giusta dimensione e il giusto respiro al mio bellissimo lavoro.

 

Quando è esplosa la notizia del rinvio dei Giochi, la prima persona a venire da me è stata proprio Bara. Lei era perfettamente a conoscenza dei miei dubbi, della mia stanchezza e del mio desiderio di maternità.

Per cui, non appena tutto il calendario si è allungato di 12 mesi, cosa non da poco per uno sport che ragiona di 4 anni in 4 anni, lei è venuta a controllare come avessi reagito, come il mio spirito avesse preso lo spostamento.

Una dolcezza che ho apprezzato.

Il rapporto tra due compagne non è regolato da un contratto, o mediato da un giudice, ma è qualcosa di più profondo e sacro: un vero e proprio gentleman’s agreement.

E quando qualcosa s’intromette a scombinare i piani definiti in partenza due vere gentildonne ne discutono da capo.

Questa trasparenza estrema è fondamentale per costruire qualcosa di solido, che possa durare nel tempo, e va instaurata a prescindere da quanto difficili possano essere i primi approcci.

Io applico standard altissimi a tutto quello che faccio.

Mi impongo routine rigidissime, e non sopporto di rimanere troppo a lungo nel posto in cui sono. Devo migliorare sempre.

Progredire.

Diventare più forte, per ottenere di più.

Se vedo che non faccio passi avanti mi innervosisco e cambio strada.

 

Non sono una compagna facile, certo, e pretendo sempre che chi lavora con me abbia la forza e la voglia di uniformarsi al mio stesso schema valoriale, perché è il solo che io conosca capace di portarti ogni volta oltre i tuoi limiti.

Poi, ovviamente, nessuno è uguale agli altri e anche il rapporto tra me e la mia compagna diventa una combinazione di fattori che si incastrano e non uno specchiarsi a vicenda.

Bara è istintiva, segue le sue sensazioni e il flow della partita, mentre io sono analitica e schematica.

Ognuna riempie i vuoti dell’altra, creando un micro-sistema in cui siamo entrambe indispensabili alla miglior resa del gioco della nostra compagna.

 

Sono dinamiche sottili, che determinano il successo di una squadra, quanto se non più della tattica di gioco e della tecnica individuale.

 

Dietro ad ogni grande coppia c’è un universo parallelo, dove i mondi delle due atlete interagiscono in continuazione, alla ricerca di un equilibrio sempre nuovo eppure sempre reale.

Il più è invisibile all’occhio.

 

Spesso, l’atleta che urla di più in campo non è il leader della squadra, ma è quello dei due che ha più bisogno dell’energia del pubblico per giocare al meglio.

 

Ogni squadra ha le sue logiche e niente come il beach è in grado di insegnarti che devi sempre dare il tuo meglio e non aver paura di mostrare il tuo peggio, perché se gli altri faranno altrettanto, insieme sarete migliori.