Il piano

DI MARTA MENEGATTI

In partnership con The Owl Post

 

Questa lunga e inedita quarantena ha rafforzato in me l’idea che per fare qualcosa, qualunque cosa, io abbia sempre bisogno di un piano.

Un piano preciso, dettagliato, dove tutto è stato già deciso e organizzato.

Può essere di un giorno oppure di un anno, non importa, ma mi serve.

Perché l’incertezza mi destabilizza.

Serve un piano, dunque, per poter inquadrare perfettamente il traguardo e serve anche per andare alla ricerca della perfezione.

Io sono cresciuta con la convinzione che tutto debba provare ad essere perfetto, che se non è perfetto allora non è abbastanza.

Ma la realtà e la saggezza popolare insegnano che la perfezione non esiste in quanto tale, è solamente un’ideale cristallizzato, verso il quale tendere l’orecchio per costruire un presente migliore di questo.

Come un’utopia, creata su misura per ognuno di noi.

Non potrebbe mai esistere, ma non smettiamo comunque di guardare in quella direzione per trarne ispirazione.

Quando finalmente hai disegnato il tuo piano e definito qual è la perfezione da provare a raggiungere ecco che tra le due, proprio nel mezzo, si crea uno spazio.

È un vuoto, che può essere buco nero oppure finestra illuminata dal sole, ed è proprio lì che nascono le aspettative.

Il problema principale dell’aspettativa è l’essere dotata di un’immaginazione incontrollabile e potente.

Che la tua visione del mondo sia ottimista oppure no, le aspettative che ne sono figlie portano sempre tutto fino ai confini delle estreme conseguenze.

Il pensiero positivo diventa di colpo un volo pindarico evocativo che flirta con l’impossibile.

Quello negativo, invece, diventa una discesa agli inferi, irrealistica ed allarmante. Poi, quando arrivi davvero alla fine del tuo piano, scopri anche il secondo difetto dell’aspettativa: è schizzinosa, non trova mai tanto che le basti, perché, in sostanza, non sapeva bene nemmeno lei quello che stava cercando.

La cosa bella di avere un piano, però, è che quando cominci ad essere stufo di seguirne tutte le regole, puoi accartocciare lo spartito ed iniziare, finalmente, a improvvisare, componendo una canzone nuova.

In fin dei conti non è leggendo un pentagramma che sono state create le melodie migliori.

Io sono cresciuta in un piccolo paesino di campagna e quand’ero bambina non riuscivo a vederne altro che i limiti.

Non avrei mai potuto arrivare in alto restando lì, questo mi dicevo.

Come tanti, come tutti forse, ho deciso di spostarmi alla ricerca della mia sinfonia perfetta, e sono andata a Ravenna per giocare a pallavolo.

Cento cinquantamila abitanti appena, ma mi sembrava già una metropoli caotica.

Il mio primo grande ostacolo fu quello di riuscire a capire come funzionava la mappa degli autobus di linea. Ce n’erano ad ogni ora e per ogni meta, mentre a casa, casa con la C maiuscola, ce n’era uno, che prima andava e poi veniva.

 

Quando mi proposero di passare dal volley al beach ci volle un po’ di tempo prima di accettare.

Non era parte del mio piano, non era per quello che ero andata via.

Anche il mio inconscio sembrava remare nella direzione opposta, da sempre.

I miei genitori raccontano che cominciai a camminare molto presto, già a 10, 11 mesi me ne andavo in giro con passo spedito per tutta la casa.

Ma la prima volta che poggiai un piedino sulla sabbia ne rimasi talmente shoccata che mi sedetti a terra, con gambe e braccia incrociate, perché di quel terreno così instabile, io, non mi fidavo.

A me servivano superfici solide, realtà prevedibili e pienamente controllabili.

Qualche anno, e qualche centimetro, più tardi, un osservatore mi vide giocare in spiaggia, con le amiche e mi propose di cambiare sport.

Era un selezionatore regionale e riconoscevo la convinzione nei suoi occhi ma io ero pur sempre quella del piano, delle aspettative da rispettare e della perfezione come unico scopo.

Iniziai ad apprezzare la sabbia con le sue regole strane, sono cresciuta fino ad arrivare alle porte della nazionale. Infine, finii con l’innamorarmi del sogno che stavano disegnando per me, perché era un sogno a 5 cerchi, che difficilmente avrei mai potuto raggiungere con la pallavolo.

Le Olimpiadi di Londra erano ancora piuttosto lontane ed iniziammo così un cammino nuovo.

La cosa più difficile, per me, non è stato ricalibrare i miei obiettivi, ma imparare come nel beach non si possa mai, e dico davvero mai, pianificare nulla.

È uno sport di squadra, ma è pienissimo di responsabilità individuale.

La coppia deve funzionare in una completa armonia, e questa non può che nascere dalla libera espressione del proprio io.

Però siamo in due a farlo e, per questo, non ti puoi permettere il controllo su tutto. L’unica via è accettarlo e conviverci, anche quando vorresti guardare a terra e vedere una via sicura che è già stata tracciata su carta.

Ho portato la mia attitudine da perfezionista dentro ad uno sport in cui l’improvvisazione pura gioca un ruolo da gigante.

Di Londra 2012, per esempio, conservo memorie in chiaro-scuro.

Siamo arrivate quinte, perdendo da Misty May-Treanor e Kerri Walsh, che poi hanno vinto la medaglia d’oro, aggiungendo l’ennesimo tassello al mosaico di una carriera straordinaria.

Io ero giovane, promettente, e quell’esperienza avrebbe dovuto aprirmi le porte di un futuro scintillante. Eppure ricordo solo la mia insicurezza, il nervosismo e la sensazione di come tutto ciò che mi circondasse fosse molto più grande di me, impossibile da far combaciare con le aspettative che mi ero creata.

Non esiste miglior insegnante del tempo e per fortuna di quello non me ne mancava. Da Londra in poi, ho imparato ad apprezzare la bellezza selvaggia del mio sport e la sua assoluta imprevedibilità.

Ho imparato anche a scendere a compromessi con cose che non sono sotto il mio diretto controllo, perché queste sanno solo prosciugare le mie energie.

Quattro anni più tardi, alle porte di Rio 2016, ero una persona talmente diversa da essere riuscita a godermi un’esperienza magnifica anche nel pieno delle difficoltà che abbiamo dovuto fronteggiare.

A pochi giorni dall’inizio dei Giochi tutto fu stravolto per cause di forza maggiore, io e Laura affrontammo la competizione reinventando completamente il nostro volley e giocando entrambe fuori ruolo.

Ma il mio spirito era leggero e la mia mente pulita, perché mi stavo godendo il presente come non avevo mai fatto prima.

 

Una parte di me resterà sempre profondamente legata al modo viscerale e totalizzante che ho di vivere le aspettative e di soffrire per la loro mancata realizzazione.

Ma il beach volley mi ha insegnato che non tutto segue una linea retta, che dietro l’imprevisto a volte si nasconde il bello e che il mio piano a volte ha bisogno di un’improvvisazione per poter condividere con gli altri tutta la forza di cui le sue note sono capaci.