Hungry for more

DI ANDERS MOL

In partnership con The Owl Post

 

Per me non è stato affatto difficile scegliere il beach. Mia mamma ha fatto le Olimpiadi di Atlanta 1996 e mio padre è stato membro della nazionale di volley, quindi in casa era naturale considerarlo come la prima opzione. Come spesso accade però, a mettermi la pressione maggiore non è stata l’eredità pesante dei miei genitori, ma l’ispirazione che mi dava mio fratello maggiore, di tre anni più grande, che guardavo come esempio e come modello di comportamento. Lui mi ha spinto a crescere, ad innalzare il mio livello quando ero ancora soltanto un bambino, giorno dopo giorno, perché la distanza d’età tra noi era abbastanza da permettergli di essere un mentore ma non sufficiente per essere imbattibile.

 

Il pomeriggio passato a giocare insieme a lui diventava una continua sfida, la ricerca costante al migliorare qualcosa, in ogni singolo allenamento, per poter sperare, l’indomani, di riuscire a competere con lui. Quando poi ho iniziato a giocare anche con i miei coetanei, intorno ai 6,7 anni, avevo già costruito una fortissima impostazione mentale per la quale non potevo dirmi soddisfatto mai. Dovevo sempre pretendere di più. Con il sorriso, ma dovevo.

A volte, durante le interviste, mi trovo a dover semplificare il concetto, e dire che la competizione è innata, in me. Ma si tratta piuttosto di una forma mentis, un modo di pensare che il mio cervello ha sviluppato fin da subito.
Per divertirsi, perché le cose danno più gusto quando ti vengono bene.

Per questo, quando ho cominciato a far parte di una squadra, avevo già ben chiaro in testa il mio obiettivo: diventare il migliore del gruppo.
Poi del gruppo dei più grandi.
E così via.

Non guardavo all’esterno, non guardavo ai grandi campioni e non cercavo di imitare nessuno, volevo soltanto focalizzarmi su me stesso, sui miei fondamentali e battere la mia versione del giorno prima.
In questa maniera non c’è mai una linea d’arrivo, non c’è mai una vera e propria zona di comfort, ma solo l’inesauribile desiderio di scavare dentro il gioco, per vederne uscire sempre qualcosa di nuovo.

Fino ai 18 anni ho alternato il Beach e il volley indoor, e questo è un’altro importante aspetto della mia formazione sportiva e caratteriale. Essere parte di una squadra più numerosa ti obbliga a diventare un compagno migliore per tutti, immediatamente.

Sei costretto a mediare il tuo carattere con quello di molte altre persone, trovando il giusto equilibrio tra lo sviluppo delle tue qualità e l’obiettivo della squadra, che è sempre uno e che supera, per importanza, quello dell’individuo. Allo stesso tempo però, ad emergere nella squadra, è l’atleta che più degli altri migliora il proprio gioco, sopratutto negli anni delle giovanili.

Si tratta di un equilibrio sottile, che spesso separa chi arriva da chi non lo fa.
Il beach invece è la sublimazione della responsabilità individuale.
Tu sei protagonista sempre.
Con la palla vicina o lontana, in trance agonistica o in un momento di crisi, tu sei comunque al centro dell’azione. Questo ti crea una mentalità robusta, refrattaria all’errore, capace di testare la tua tecnica individuale quanto la tua durezza nel reagire alle difficoltà.

La combinazione delle due discipline mi ha permesso uno sviluppo completo, aiutato dalla continua contaminazione tra le parti perché nulla ti aiuta a crescere quanto riuscire a mettere sempre in dubbio quello che già sai.
Anche se una cosa, a dire il vero, la sapevo per certo: il beach mi aveva stregato.

Era ciò che preferivo in assoluto, fin da quando nel 2009 ero andato a vedere un torneo in cui giocava la squadra di mio padre e mi ero innamorato dell’ambiente e della bellezza del gioco.
Comunque ho giocato anche indoor fino a tre anni fa, nel campionato belga e in Champions League, e questo è stato fondamentale nel creare quel pacchetto di competenze che mi ha permesso, oggi, di essere al numero 1 del ranking mondiale.

Il numero uno del ranking mondiale, i favoriti per le Olimpiadi di Tokyo, a dirlo a voce alta ancora mi sembra strano, soprattutto pensando a quanto è stata lunga la strada per arrivare fin qui. Sia io che Christian, il mio compagno, abbiamo avuto la fortuna di frequentare la Top Volley Norge high school, e questo è stato determinante nella nostra crescita sportiva e professionale.

La scuola è una struttura d’avanguardia, docilmente appoggiata di fronte a un fiordo di acqua salata che penetra nell’entroterra, offrendo così una vista dove il mare e la montagna si toccano. È quanto di più moderno esista ed è l’esempio di come il movimento, nel mio Paese, abbia saputo rinnovarsi, prendendo ciò che di buono aveva del proprio passato per proiettarsi verso un futuro inesplorato.

Tutti i migliori talenti della nazione passano da lì, una vera e propria accademia dedicata esclusivamente al volley. I giovani prospetti vengono scoutizzati, provinati e infine selezionati, per creare delle classi in cui si respira pallavolo 365 giorni all’anno e 24 ore al giorno. Tutto è studiato per offrire allo studente-atleta la miglior esperienza possibile in termini tecnici e personali, dandogli modo di raggiungere i propri limiti. Nell’arco di 200 metri quadrati si trovano le classi, le palestre, i dormitori, le piscine, le saune e i campi da beach, per permettere a tutti di ridurre al minimo il dispendio di energie e di tempo nel programmare le proprie giornate. Allenamento mattutino alle 7, poi la scuola e infine di nuovo ad allenarsi in primo pomeriggio, il tutto con una costante contaminazione tra il volley ed il Beach. Insomma un paradiso per chiunque sia appassionato della materia.

E non è tutto. Anche l’aspetto filosofico e culturale non viene trascurato, anzi.

Nella scuola infatti lavorano allenatori provenienti da tutto il mondo, in modo da poter stimolare i ragazzi nel conoscere diversi approcci al gioco e nel mantenere una mente aperta nei confronti delle proposte tecniche che gli vengono sottoposte.

Non per tutti crescere significa percorrere la stessa strada e anche solo capire cosa ti permetta di migliorare e cosa invece no è un gran passo in avanti nella formazione di un atleta.

Io, per esempio, sono stato allenato da mio padre, da un coach giapponese e poi da uno serbo, imparando qualcosa di diverso da ognuno di loro.
Anche noi norvegesi, a quanto pare, stiamo imparando a camminare senza gli sci ai piedi e questo tipo di accademie sono in grado di trasformare un intero movimento, con la forza delle idee e del lavoro.

Quella del volley esiste da una decina d’anni e i frutti iniziano a vedersi.
Il nostro esempio è lampante, ma presto arriveremo in alto anche nel volley indoor, ne sono sicuro. Ci vuole solo un po’ di pazienza in più, perché per quello serve formare un numero maggiore di giocatori di alto livello.

Alla fine, comunque, ho deciso di tornare alle origini e, ora che sono cresciuto, gli Attacking Vikings sono diventati un vero affare di famiglia. Ci allena mio padre, che mi conosce come nessun altro e che è anche capace di fare un passo indietro, quando serve per farci guadagnare ulteriore consapevolezza.

Ad esempio, quando ci manda ai tornei senza di lui, autogestiti, per farci imparare a gestire il piano partita in autonomia.
Non c’è solo lui ovviamente, ma anche mio cugino nella seconda squadra e mia mamma che viaggia con noi. Affittiamo sempre un appartamento nei luoghi dei tornei e viviamo insieme, facendo attenzione a non mescolare mai il lato sportivo del nostro rapporto da quello esclusivamente personale.

Di beach, a cena, non si parla!
Nonostante tutto, a volte, cedo alla tentazione di chiedere alla mamma di raccontarmi di Atlanta ’96, ma quello non conta, in fondo le Olimpiadi sono le Olimpiadi.

Noi, nel nostro sport, stiamo cercando di spingere il livello avanti.
Quando siamo in giornata, quando stiamo giocando bene, sento che nessuno può batterci e questa è davvero una sensazione esaltante.
In più siamo giovani, giovani sul serio, e il nostro orizzonte è ancora tutto da scoprire. 2 anni fa nessuno conosceva il nostro nome e ora stiamo preparando un’Olimpiade con l’etichetta dei favoriti addosso, è eccitante e inedito, ma di certo non mi fa sentire arrivato, perché io sono pur sempre il bambino dell’inizio, quello sempre hungry for more.

In più, il nostro è uno sport unico anche da questo punto di vista, nel quale la crescita di una coppia o di un gruppo si riflette automaticamente anche su tutte le altre, per via del modo che abbiamo di vivere la rivalità.
Quella del beach è una comunità aperta.

Non soltanto perché ogni volta che andiamo negli States finiamo con il fare barbecue con i ragazzi della loro nazionale, ma perché ci alleniamo spesso insieme, tutti o quasi tutti, e questo obbliga ognuno di noi a crescere continuamente.
Conoscere alla perfezione il tuo avversario può sembrare un vantaggio, ma significa che anche tu non hai nulla da nascondere a coloro che poi dovrai affrontare in campo. Non esistono segreti nel beach.

Tutto è proteso verso l’alto e il livello di alcuni collegiali, o ritiri, è talmente consistente da sembrare quasi un torneo a 5 stelle.

 

È così che migliora un movimento.
Non una coppia.
Non una squadra nazionale.
Ma tutto il movimento in blocco, rendendo lo spettacolo per chi lo guarda da fuori sempre più elettrizzante ed indimenticabile.