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Acchiappa il topo

In partnership con The Owl Post

 
 

Da bambino io avevo tre sogni.

Non uno, non quattro.

Tre.

Nitidi, chiari, complicati.

 

Volevo andare alle Olimpiadi, perché lo sport era la mia passione più grande.

Poi volevo diventare bravo a sufficienza con il piano per suonare davanti ad almeno mille persone, perché la musica era la mia “altra” passione più grande.

Ed infine volevo farmi una famiglia perché non c’è niente di più bello che avere una famiglia.

 

Mia mamma è nata in una famiglia siciliana di antiche origini e di ancor più antichi modi di pensare e così, quando il suo primo marito ha mostrato i sintomi della schizofrenia, lei è rimasta sola.

“Vedi? Lo hai fatto diventare pazzo” le dicevano i nonni.

Così la mamma si è ritrovata a Milano, la grande metropoli in cui tutti andavano a cercar fortuna, senza nessuno al proprio fianco e con due figli a carico.

Due, che sarebbero presto diventati tre, come i miei sogni, perché di lì a poco sarei arrivato io, frutto di un amore nuovo che si è poi dissolto in fretta.

Vivevamo nelle case popolari di Gratosoglio, in periferia, dove uno dei passatempi preferiti dai bambini era quello di andare giù, nelle cantine, e giocare ad acchiappa il topo.

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I servizi sociali erano sempre acquattati fuori dalla nostra porta.

Non perché la mamma non fosse amorevole o premurosa, ma perché spesso aveva bisogno di un aiuto nelle cose pratiche, materiali, e allora iniziai a frequentare anche quella che oggi chiamo la mia seconda famiglia.

Il Gianni, in particolare, mi piaceva moltissimo.

Fu come un padre per me, anzi di più, visto che quando compii 8 anni gli chiesi di fare da padrino al mio battesimo, che avevo organizzato in completa autonomia nella parrocchia locale.

Dopo la cerimonia invitai i presenti al bar dell’angolo per festeggiare a spese mie e fu sempre il Gianni, di nascosto, ad allungarmi 10 mila lire per giocare a fare l’adulto.

In più c’era lo sport e quindi, nonostante tutto, ero felice.

 

L’amore per lo sport è arrivato presto, prestissimo, quasi quanto la pubertà.

Sono stato uno di quei bambini che sviluppa prima degli altri.

Le classiche cose: accenno di baffetti, muscoli forti, velocità.

Anche se non ero il prototipo dell’atleta futuribile, da piccolo andavo al doppio degli altri e forse anche per questo fare sport mi dava un gran piacere.

 

Prima, quelli individuali, dai giochi della gioventù ai campionati regionali, dalla corsa campestre al salto in lungo, in cui vantavo un primato, 5.95, che non avrei mai più ritoccato.

Dopo, sono arrivati anche quelli di squadra, e lì mi si è aperto un mondo, perché vedere tanti atleti muoversi all’unisono come un meccanismo perfetto, mi ha ricordato la bellezza di una sinfonia.

Un collettivo armonico che esprime un’opinione.

Con le mani, con i piedi, con la testa.

Comunque ci fu poco di armonico quando, nel 1997, l’anno della seconda media, durante una partita di calcetto, il centrale della squadra avversaria fece un’entrata assassina sulla mia caviglia destra.

Di solito facevo il portiere, perché il portiere vede tutto il campo, è come un direttore d’orchestra, e questo mi affascinava moltissimo.

Per l’occasione, però, ero stato schierato tra gli uomini di movimento.
Non avrei più fatto né l’una né l’altra cosa, in futuro.

 

Dopo aver subito la scivolata, così a caldo, non mi ero accorto di nulla, ma il giorno dopo, nello scendere dal letto sono stato scosso da un dolore lancinante.

Prima corsa al Pronto Soccorso e prima fasciatura.
Due settimane più tardi il dolore non accennava affatto a diminuire e quindi dovetti armarmi di stampelle e di buona volontà.

Il dolore andava e veniva, senza preavviso, facendomi sentire un giorno pienamente guarito e quello dopo, semplicemente, da buttare.

 

Quasi sei mesi più tardi, dopo l’ennesima ricaduta, il Gianni mi ha preso di peso e portato all’ospedale. Abbiamo fatto tutti gli esami possibili e immaginabili, per concludere con una risonanza magnetica in una costosa struttura privata del centro.

Ricordo ancora la fattura, diceva 700 mila lire più 250 mila per la visita.

Era poco meno di un milione, che per noi deve essere stata davvero tanta roba.

Quando il medico prese le immagini e le mise davanti alla luce al neon per esaminarle le lasciò lì per due secondi al massimo.

Nella zona della caviglia si vedeva solo un grosso groviglio nero, che spezzava in due il bianco luccicante della tibia e della punta del piede.

Mi ricoverarono subito, e mi operarono presto, perché era difficile prevedere cosa avrebbero effettivamente trovato nel mio piede una volta aperto.

Era un osteosarcoma, una ciste che si era infettata a causa della distorsione e che stava, poco alla volta, mangiando tutte le ossa che trovava.

Quando raggiungeva un pezzetto di midollo arrivavano le fitte.

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Qualche giorno dopo l’operazione il medico mi richiamò nel suo studio.

“Voglio parlare con lui da solo” confidò a mia madre.

Quando entrai dalla porta mi guardò dritto negli occhi e, come se fosse la cosa più normale del mondo, disse che ero abbastanza grande per capire che se avessi voluto camminare a sessant’anni avrei fatto bene a non fare sport.

Mai più.

 

Non chiedemmo a nessuno un secondo parere.

 

Nel frattempo ci eravamo trasferiti dalla città ad un paese, Casteggio, e nel piccolo paese si trova sempre più facilmente il supporto degli altri, soprattutto quando emergono delle difficoltà.

È tutto più personale, e piccolo, e comprensivo.

Tra tutti gli sport quello che amavo di più era sicuramente la pallavolo e iniziai ad andare a guardare gli allenamenti della società locale.

Raccattavo i palloni.

Poi iniziai a lanciare i palloni.

Poi mi misi a compilare i referti e a montare la rete.

Mi fecero sentire come uno della squadra.

Pur di restare attaccato al mio grande progetto ho fatto di tutto: presi il tesserino da allenatore, completai il corso da arbitro poco dopo e iniziai a sedermi in panchina in veste di dirigente prima di chiunque altro.


Erano gli inizi degli anni 2000 e la mia mamma, quasi per dimostrarmi che anche senza le gioie del campo potevo fare qualcosa di importante, mi aveva regalato un computer portatile, che all’epoca era un oggetto semi-misterioso.

Le era costato enormi sacrifici per più di qualche mese e io lo portavo ovunque, riempendo fogli excel di statistiche e dati.

Così, con il passare delle stagioni ho iniziato a focalizzarmi sempre di più su quell’aspetto del gioco, che è tanto strano quanto affascinante.

Era quasi un lavoro da amanuense quello che faceva all’epoca chi raccoglieva le statistiche, ma nascondeva anche una grande potenzialità.

La creatività è l’ultimo stadio della conoscenza.

Se non hai tutto sott’occhio non potrai mai immaginarne gli infiniti sviluppi.

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Con umiltà mi sono messo a lavorare.

Fino a diventare bravo.

Ho capito che, nello sport, se non stai migliorando allora stai peggiorando, perché gli altri stanno migliorando di sicuro.

E ho capito che a piacermi era proprio il cercare di capire come rendere migliore il circolo del feedback tra l’atleta e l’allenatore.

Volevo creare una lingua nuova, comune a tutti.

La tecnologia continuava a progredire, la mia competenza anche, e altrettanto a fatto la mia carriera, portandomi, anno dopo anno, dai campi di provincia alla Serie A, prima con Pavia e poi con Milano.

Fatta eccezione per un anno sabbatico passato per lo più a suonare il piano (il che mi ha permesso di realizzare il mio secondo sogno di bambino) tutta la mia vita ruotava intorno al volley e al lavoro di analisi statistica delle partite.

Un lavoro che sempre più chiedeva e sempre più mi restituiva, fino a farmi arrivare alle porte della Nazionale maggiore, con la quale ho avuto il grande onore di partecipare ai Giochi di Pechino 2008.

 

Avevo 22 anni.

 

22 anni possono esser tanti o esser pochi, dipende.

Impossibile dare una risposta che vada bene per tutti.

Dentro ai miei 22 anni c’era già molto, moltissimo, e la sola cosa a cui riuscivo a pensare mentre la nostra nazionale si qualificava per Tokyo era che mi restava un sogno ancora da realizzare: fare una famiglia.

E fare una famiglia con lo sport è complicato.

A qualsiasi livello.

 

Per questo, finite le Olimpiadi, ho raccolto le mie cose e sono andato a BYU, che mi offriva una borsa di studio in cambio del mio supporto ai programmi di volley dell’università.

Ho scelto Brigham Young University per due ragioni: l’aspetto religioso dell’ateneo, e i paesaggi selvaggi dello Utah, di cui mi ricordavo grazie a Forrest Gump.

Ho lasciato l’Italia, e la Serie A e la nazionale perché studiare a tempo pieno mi avrebbe permesso di mettere basi solide per il mio futuro e costruirmi una famiglia tutta mia quanto prima.

 

Per molti è lì che è iniziata la mia carriera.

Tutti la racconterebbero da quel giorno in avanti, ma per me quello che è accaduto dopo il mio arrivo a BYU è solo una conseguenza.

 

Abbiamo rivoluzionato il modo di applicare la statistica nello sport.

Fondato un’azienda.

Fatto consulenza a decine di squadre, nazionali e università di primissimo livello.

E poi venduto il tutto a una grande multinazionale.

Ma non è questa la storia.

La storia è quella che c’è prima, quella di un bambino con tre sogni, che non si arrende mai, anche di fronte all’evidenza, e che scava a mani nude il proprio posto nel mondo che ama di più.

 

Grazie al lavoro.

Grazie alla mia famiglia (anche quella estesa), quella che ho avuto e quella che ho formato.

E grazie allo sport, ancora oggi quello che mi permette di pagare le bollette.

Oggi, come ieri.

Oggi come tanti anni fa, come sempre, anche se dai tempi di acchiappa il topo mi sembra essere passata un’eternità.